Clima meglio del digitale
La metodologia multilaterale messa a punto per combattere i cambiamenti climatici può essere usata per arginare gli autocrati digitali e difendere la democrazia
David Sacks. Un nome che in Italia non dice nulla, ma al quale il New York Times ha dedicato una lunga inchiesta, visto che è l'uomo che nell'amministrazione Trump ha assunto un ruolo centrale nella definizione delle politiche su intelligenza artificiale e cryptovalute. E non un tecnico neutrale, o terzo, ma un investitore con centinaia di partecipazioni nel settore tecnologico, amico e alleato politico di figure come Peter Thiel, il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, Marc Andreessen, Elon Musk. Il giornale ricostruisce un intreccio fitto di decisioni pubbliche e interessi privati: dalla deregolamentazione dell'IA che apre nuovi mercati per i produttori di software, di chip e piattaforme, fino ai rapporti con i grandi capitali della penisola arabica che finanziano tanto la politica quanto i progetti delle cryptovalute della famiglia Trump.
Ma il punto interessante dell'inchiesta non è solo il conflitto di interessi. È la fotografia di un'élite di imprenditori e investitori che condivide un'ideologia antiregolatoria e, spesso, apertamente antidemocratica: lo Stato è visto come un ostacolo, le istituzioni come residui da superare, la democrazia costituzionale come un sistema “obsoleto” da sostituire con qualcosa che assomiglia alle loro aziende. È esattamente da qui che è partito il podcast Padroni del mondo di Rai Radio 3, in cui Luca De Biase ha intervistato Marietje Schaake – ex deputata europea, docente a Stanford, autrice de “The Tech Coup: How to Save Democracy from Silicon Valley” – su come rispondere a questo progetto di dominio privato sullo spazio digitale globale e sulle minacce alla democrazia.
La strada del clima
È proprio Marietje Schaake, nell'intervista a Padroni del mondo, a indicare una via decisamente originale e che coinvolge anche il mondo della sostenibilità. Come per l'ambiente, dice in sostanza l'autrice, il conflitto con le big tech non può essere scaricato sulle scelte individuali degli utenti. Cosa che da alcuni anni sostiene l'IPPC per il clima. Certo, possiamo abbandonare una piattaforma, limitare il tempo online dei figli, cambiare qualche impostazione di privacy. Ma l'asimmetria di potere è così enorme – in termini di risorse economiche, accesso ai dati, capacità di influenza, lobbying – che nessuna somma di “buone pratiche digitali” individuali può riequilibrare la partita. Ed è lo stesso passaggio che, anni fa, ha fatto una parte del movimento ambientalista quando ha smesso di raccontare il clima come un problema di stili di vita e ha iniziato a chiedere regole, obiettivi vincolanti, responsabilità per i grandi emettitori.
Il parallelo è più stretto di quanto sembri. Nel campo climatico abbiamo avuto per anni una narrativa dominante che spostava l'attenzione sul singolo: spegnere la luce, differenziare i rifiuti, usare meno l'auto. Tutto utile, ma marginale rispetto al ruolo delle compagnie fossili e delle politiche energetiche nazionali. Oggi, nel digitale, siamo esattamente nello stesso punto: si insiste sulle “abitudini sane” online, sull'educazione ai media, sulla responsabilità degli utenti; mentre i soggetti che definiscono le architetture tecniche e gli incentivi economici – piattaforme, grandi fornitori di cloud, produttori di chip, fondi di investimento – restano in gran parte fuori dai riflettori e agiscono nell'ombra, anche e soprattutto mediatica. Sacks e la sua rete di alleati ideologici, da Peter Thiel a Elon Musk, appaiono in questa prospettiva non come semplici deviazioni individuali, ma come la versione digitale delle compagnie petrolifere che per anni hanno orientato e disinformato circa la discussione climatica.
IPCC digitale
Schaake indica con chiarezza da dove si può ripartire: dal modello costruito intorno alla crisi climatica. Prima di tutto, la ricerca indipendente che conquista fiducia. Nel clima, l'IPCC ha svolto questo ruolo: un panel scientifico intergovernativo che non legifera, ma produce valutazioni autorevoli sullo stato del Pianeta, sui rischi e sulle traiettorie possibili. È grazie a questo lavoro se è stato possibile definire target come il limite di 1,5 °C, parlare di bilanci di carbonio, impostare politiche basate su scenari. Nel digitale, abbozzi di un'istituzione analoga cominciano a comparire anche a livello delle Nazioni Unite, ma siamo ancora molto lontani da un “IPCC dell'ecosistema informativo” che possa dire, con la stessa forza qual è il livello di concentrazione del potere delle piattaforme, quanto incide sulla qualità della democrazia, quale quota di disinformazione e manipolazione è strutturale ai modelli di business. E oltre a ciò bisogna aggiungere la crisi del multilateralismo, che vede l'amministrazione Trump in prima linea nel fomentarla.
Il secondo elemento trasferibile dal clima al digitale è la trasparenza strutturale. Le politiche climatiche più avanzate hanno imposto, negli anni, obblighi di reporting sulle emissioni, inventari nazionali, standard contabili e audit indipendenti. Non è stato un processo lineare, ma oggi un'azienda energivora non può più nascondere completamente il proprio impatto. Nel digitale siamo ancora al buio assoluto: gli algoritmi restano opachi, i dati sulla moderazione dei contenuti sono parziali e difficili da comparare, l'accesso dei ricercatori ai dataset delle piattaforme è episodico e spesso revocabile. Applicare la lezione climatica significa spostare l'attenzione dalle regole di facciata ai meccanismi di misurazione: senza obblighi di disclosure sui sistemi di raccomandazione, sulle catene di fornitura dei dati, sulle relazioni finanziarie e di potere tra piattaforme e governi, ogni dibattito sulla “responsabilità” delle big tech è destinato a restare astratto.
Terzo pilastro del parallelo è la costruzione di spazi multilaterali di governance. Sul clima, con tutti i suoi evidenti limiti, l'Accordo di Parigi ha rappresentato un salto: un quadro comune dentro cui gli Stati si impegnano, negoziano, si sottopongono a revisioni periodiche. Nel digitale, invece, siamo ancora alla somma di iniziative nazionali o regionali, spesso non coordinate:
• l'Unione Europea che prova a fare da apripista con il Digital Services Act (regolamento (UE) 2022/2065), il Digital Markets Act (regolamento (UE) 2022/1925) e il più recente AI Act (regolamento (UE) 2024/1689);
• gli Stati Uniti che oscillano fra deregolamentazione e interventi puntuali;
• altri grandi attori che perseguono modelli apertamente autoritari di controllo informativo.
La proposta di Schaake è che si inizi a pensare a un equivalente dell'Accordo di Parigi per l'ambiente digitale: un quadro di principi, impegni minimi, meccanismi di verifica sull'uso dell'intelligenza artificiale, sulla concentrazione del potere delle piattaforme, sui diritti fondamentali online.
Infine, c'è l'aspetto politico che viene direttamente dal movimento ambientalista: i cittadini consapevoli contano solo se sanno organizzarsi, costruire alleanze e pretendere decisioni efficaci dai governi. Magari con il voto. Anche perché non possiamo aspettarci che “l'utente informato” da solo sposti gli equilibri con aziende extraterritoriali e miliardarie che dispongono dei migliori avvocati, designer, psicologi e scienziati comportamentali. Esattamente come sul clima non è bastato il consumatore che sceglie un prodotto “verde”, così nel digitale non basterà l'utente che cambia o non utilizza un social network. Servono coalizioni tra ricerca indipendente, società civile, industria che non si riconosce nell'ideologia antidemocratica della Silicon Valley e istituzioni pubbliche in grado di rappresentare un interesse generale che non coincide né con la sicurezza nazionale, in senso stretto, né con i profitti delle big tech.
Oltre il conflitto d'interessi
E il caso Sacks raccontato dal New York Times è un esempio lampante. Non si tratta, infatti, dell'ennesima storia di conflitto di interessi: è il sintomo di un vuoto di governance. Come il negazionismo climatico ha usato per anni il dubbio scientifico per ritardare regole più stringenti, così l'ideologia antiregolatoria degli “autocrati digitali” utilizza i concetti della libertà d'impresa e di espressione per respingere qualsiasi tentativo d'inquadrare il digitale come un bene comune sottoposto a un controllo ampio e democratico. Il paragone con il clima, oltre tutto ciò, ci deve far riflettere che questo vuoto non si riempie da solo: o viene colmato da istituzioni democratiche capaci di dotarsi di strumenti adeguati, oppure sarà occupato stabilmente da chi oggi dispone della combinazione più potente di capitale finanziario, infrastrutture tecnologiche e accesso diretto ai centri politici decisionali. E l'Italia è capofila di ciò, vista la dipendenza massiccia anche dalla Pubblica Amministrazione dal tecnocapitalismo della Silicon Valley e l'amicizia della nostra Presidente del Consiglio con Elon Musk, che di questo fenomeno è la massima rappresentazione.