Decadenza fossile
L'ascesa delle destre è una cortina fumogena che impedisce di analizzare a fondo la transizione energetica e ambientale
Oggi vediamo la realtà globale con gli occhi offuscati dal dramma della guerra tra Israele e lo Stato di Palestina, dall'invasione dell'Ucraina da parte della Russia e dal potere oligarchico di Donald Trump. A tutto questo si somma il ritorno delle destre estreme, che si credevano “sepolte” nelle pieghe del ventesimo secolo: l'AfD, formazione di estrema destra in Germania; José Antonio Kast, nuovo premier del Cile, che non nasconde di essere un ammiratore del dittatore Augusto Pinochet; e, in Italia, la Presidente del Consiglio che “sfoggia” nel proprio simbolo la fiamma tricolore, retaggio della destra più estrema legata alla Repubblica di Salò. Se poi aggiungiamo la crisi profonda del multilateralismo che, per quanto riguarda il clima, ha portato a un sostanziale nulla di fatto in oltre dieci anni dall'Accordo di Parigi, appare chiaro che l'orizzonte futuro è sempre più fosco, incastrato tra l'impotenza politica e la condizione ferocemente individuale che pare caratterizzare gli anni di questo inizio secolo.
Ma questa è una lettura parziale, dovuta a una visione limitata al contesto occidentale, che vede i suoi due protagonisti – gli Stati Uniti e l'Europa – in una netta decadenza. Oltre i nostri limitati orizzonti, infatti, negli ultimi anni si sono susseguite molte rivolte giovanili che pongono questioni scomode agli adulti – spesso anziani – al potere: non vi stiamo chiedendo sogni, ma beni comuni fondamentali – luce, acqua, aria, trasporti, clima – e voi non siete in grado di garantirli. La cosiddetta Generazione Z – espressione che odio e che userò una sola volta – non è guidata da grandi narrazioni ideologiche, ma dalla concretezza del quotidiano: elettricità che non salta, autobus che costano il giusto, aria respirabile. Per avere un futuro che non sia letteralmente bruciato.
Elettricità e clima
In Asia, in pochi anni, i giovani hanno contribuito a far cadere governi in Sri Lanka, Bangladesh, Nepal, spesso partendo da scintille apparentemente “minori” come blackout, carburante introvabile, sospensione di internet, acqua razionata. In Madagascar il messaggio è stato chiaro: «non vogliamo il potere ma l'elettricità», mentre in Marocco i ragazzi contestavano la scelta simbolica di costruire stadi invece di ospedali, immagine che traduce perfettamente il conflitto tra la spesa per l'immagine internazionale di uno Stato e l'investimento nei beni comuni.
È una politica al contrario: invece di chiedere più “ideologia”, i giovani chiedono infrastrutture vitali, e misurano governi e classi dirigenti sulla base della capacità di fornire questi beni essenziali. E qui irrompe la crisi climatica. La fragilità delle reti elettriche, la dipendenza da combustibili fossili importati, la vulnerabilità di acqua, agricoltura e trasporti agli eventi meteo estremi sono il lato pratico e concreto della grande emergenza globale. Quando un giovane resta al buio per i blackout o passa due ore nel traffico per raggiungere la scuola, la “crisi climatica” non è più un grafico astratto, ma diventa una forma di spossessamento che attenta alla qualità della vita. Ed ecco quindi che la promessa politica di una cittadinanza piena si sbriciola appena si sale su un autobus in ritardo o si apre il rubinetto a secco.
Trasporti ed emissioni: l'anello debole
Nel sistema industriale avanzato, i trasporti sono il tallone d'Achille della transizione energetica. In Italia, per esempio, il settore trasporti pesa per circa un quarto delle emissioni di gas serra e, a differenza di altri comparti, non mostra un calo strutturale: le emissioni stradali sono ancora troppo alte, trainate da auto private e veicoli leggeri. Le città concentrano i problemi: congestionamento, smog, rumore, tempi di spostamento interminabili, sono solo alcuni denominatori del disagio. Non è un caso se molte mobilitazioni degli ultimi decenni sono partite dal biglietto dell'autobus. Il movimento brasiliano Passe Livre, nato contro l'aumento del titolo di viaggio, ha aperto una faglia politica ben più ampia, prefigurando quello che oggi vediamo in tante città: i trasporti sono contemporaneamente servizio sociale, leva climatica, simbolo di giustizia (o ingiustizia) urbana. Quando i giovani reclamano abbonamenti accessibili, treni al posto degli aerei, piste ciclabili al posto di parcheggi infiniti, non stanno “solo” parlando di comfort, ma anche e soprattutto di chi paga il conto climatico.
Fridays for Future ha trasformato questa sensibilità diffusa in un linguaggio politico esplicito: il clima come bene comune globale, l'atmosfera come spazio condiviso che nessun governo e nessuna compagnia fossile abbiano il diritto di ledere. Le loro rivendicazioni sono nette: mantenere il riscaldamento entro 1,5 °C, uscire rapidamente ed equamente dai combustibili fossili, fermare nuove esplorazioni di carbone, petrolio e gas, eliminare i sussidi alle fonti fossili, investire massicciamente in rinnovabili, efficienza e risparmio. Ma il punto politicamente più esplosivo è la giustizia: climatica, intergenerazionale, Nord-Sud. Fridays for Future chiede che chi ha contribuito di più alla crisi – paesi ricchi, grandi inquinatori – paghi di più, e che i finanziamenti verso il Sud globale siano sufficienti a coprire perdite, danni e una transizione energetica che non riproduca vecchie forme di colonialismo. La “just transition” che invocano non è un vezzo linguistico: significa rifiutare una transizione pagata da studenti, lavoratori poveri e utenti dei servizi essenziali, mentre gli attori fossili continuano a incassare dividendi. È una nuova, e inedita, veste della lotta di classe che molte classi dominanti vorrebbero relegare al passato, per mantenere lo status quo. Ovviamente fossile. E qui lo scontro è inevitabile: se una generazione che vive di stage sottopagati e affitti fuori controllo deve anche accettare biglietti dei mezzi più cari “per il clima”, mentre i jet privati continuano a volare, non può esistere una transizione. Fridays for Future, con gli scioperi globali, ha il merito di aver messo il dito su questa ipocrisia strutturale: il clima è un bene comune, ma i sacrifici restano accuratamente privatizzati. E riguardano solo una fetta, la più debole, della popolazione.
Disobbedire per clima
Extinction Rebellion è arrivata allo stesso nodo tramite un'altra strada: la disobbedienza civile non violenta. I suoi tre pilastri – “Tell the truth”, “Act now”, “Go beyond politics” – sono, letti in controluce, una vera e propria lista d'azione per una teoria dei beni comuni. Chiedere che i governi dicano la verità sull'emergenza climatica ed ecologica significa rivendicare un bene collettivo spesso sottovalutato: l'accesso a informazioni accurate e non filtrate da interessi industriali, condizione minima per una cittadinanza in grado di decidere del proprio futuro.
“Act now” è la traduzione comportamentale di un principio scientifico: se non si tagliano rapidamente le emissioni e non si arrestano il collasso della biodiversità e la degradazione degli ecosistemi, il danno diventa irreversibile. Clima stabile, biodiversità, suolo fertile, oceani vivi, acqua pulita sono beni comuni per definizione: nessuno può possederli da solo, ma tutti possono distruggerli. Extinction Rebellion sostiene che, nel momento in cui i governi non agiscono per preservarli, violano il loro mandato di custodi di tali beni e legittimano forme straordinarie di protesta. “Go beyond politics” e la proposta di assemblee di cittadini sulla giustizia climatica ed ecologica mettono sul tavolo un altro tema: la governance dei beni comuni. Se le grandi decisioni su energia, trasporti, uso del suolo, investimenti infrastrutturali restano chiuse in stanze negoziali dominate da lobby fossili e nucleari secondo calcoli elettorali di breve periodo, la difesa dei beni comuni diventa minoritaria, passando così in secondo piano.
Analizzando le rivolte degli ultimi venticinque anni – dalle Primavere arabe a Gezi Park, da Occupy Wall Street a Nuit Debout, dalle proteste cilene alle mobilitazioni asiatiche più recenti – ci si accorge di un paradosso. Oggi il mondo è governato da élite anziane, figlie del benessere fossile dei decenni scorsi, spesso fossilizzate su modelli novecenteschi, mentre la popolazione giovane resta confinata nel ruolo di spettatrice alla quale è concessa al limite un po' d'inquietudine.
In Asia, tre governi sono caduti sotto la spinta di proteste guidate da ragazzi; in Africa, c'è una gioventù che rappresenta oltre un terzo della popolazione; in Europa, continente che invecchia, si reagisce alle inquietudini giovanili con barriere, retorica securitaria e repressione selettiva. Il tutto per negare una verità scomoda: Fridays for Future, Extinction Rebellion e gli altri movimenti giovanili in giro per il Pianeta non sono “radicali”. Tutt'altro: sono ragionevoli. Radicali sono i governi che considerano normale sacrificare clima, aria e beni comuni sull'altare di un altro decennio, forse due, di rendita fossile. I giovani non chiedono l'impossibile: chiedono che elettricità, acqua, trasporti, salute, conoscenza, clima stabile tornino ad essere per tutti il fondamento della cittadinanza, e non il premio di chi può permetterseli. In un mondo in cui perfino l'aria sembra diventare un'opzione, la vera domanda politica non è se le rivolte giovanili continueranno, ma quanto a lungo le nostre decadenti élite al potere potranno fingere di difendere uno scenario che appare sempre più indifendibile. Dal punto di vista ambientale, sociale e perfino economico.