Dentro al barile, fuori dal clima
Milano, 20 gennaio 2026 - 08:58

Dentro al barile, fuori dal clima

(Sergio Ferraris*)

Washington abbandona 66 organismi internazionali, compresi i pilastri della governance climatica e sanitaria globale. Intanto la spesa per il petrolio risale, mentre la Cina riempie il vuoto sull'energia pulita e la temperatura media supera per il terzo anno di seguito gli 1,5 °C.

Nel pieno del decennio più caldo mai registrato, gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro da 66 organismi internazionali, tra cui 31 entità legate al sistema ONU. Nella lista figurano non solo istituzioni economiche o di sicurezza, ma anche alcuni dei pilastri della governance globale su clima, energia, ambiente e salute, come la Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC), l'IPCC e l'Organizzazione mondiale della sanità.

La motivazione ufficiale è che questi organismi sarebbero “inefficaci, costosi, non più nell'interesse nazionale americano”, ma l'effetto politico è quello di una scelta di rottura, ponendosi al di fuori dai tavoli dove si negoziano standard, regole, finanziamenti e cooperazione scientifica sul clima e sulle crisi sanitarie globali. In un momento in cui la fisica del clima accelera, la prima potenza mondiale decide di ridurre la propria presenza proprio negli spazi in cui si proverebbe, almeno in teoria, a governare questa accelerazione.

Dentro al barile

Questo disimpegno multilaterale non corrisponde, ovviamente, a un disimpegno dalle fonti fossili. Le azioni delle politiche USA verso il petrolio venezuelano – prima sanzioni, poi alleggerimenti, poi nuove strette – che si sono concluse con il rapimento intimidatorio del Presidente venezuelano Nicolás Maduro, sono la metafora perfetta di una strategia che usa il greggio come leva tattica su prezzi e geopolitica, senza rimettere in discussione l'architettura fossile di fondo e ignorando, quindi, il clima. Il messaggio ai mercati energetici è chiaro: Washington può anche uscire dalle stanze dove si discute di clima, ma non ha alcuna intenzione di uscire dal barile. L'idea di una vera discontinuità rispetto al secolo del petrolio lascia il posto ora a una gestione sempre più cinica delle fonti, con il Sud globale che torna a essere soprattutto un bacino di approvvigionamento e un cuscinetto per la volatilità dei prezzi. E di fonti rinnovabili, invece, il segnale resta assente.

Spesa fossile

Nel frattempo, gli investimenti upstream petroliferi e gas, che solo qualche anno fa molti ambientalisti davano in recessione, tornano a correre. Secondo l'“Upstream Oil and Gas Investment Outlook 2024” dell'International Energy Forum, la spesa globale per esplorazione e produzione è aumentata di 63 miliardi di dollari nel 2023 (+12% sul 2022) ed è cresciuta di altri 26 miliardi nel 2024, superando per la prima volta da un decennio la soglia dei 600 miliardi di dollari l'anno. Per il periodo 2025-2030 il rapporto stima un fabbisogno cumulato di 4.300 miliardi di dollari di investimenti upstream, con un target di 738 miliardi l'anno al 2030 per “garantire l'offerta” a una “domanda crescente”. Il tutto produrrà una traiettoria del riscaldamento globale in rotta di collisione con l'Accordo di Parigi. Tradotto: mentre una buona parte della “diplomazia climatica” si affanna a inseguire formule come “phase-out” o “phase-down” dei fossili, come è successo all'ultima COP di Belém, la finanza reale, quella che affonda la propria solidità nell'immutabile percentuale dell'80% di fonti fossili utilizzate a livello globale, si sta già muovendo per assicurarsi decenni di produzione aggiuntiva di petrolio, carbone e gas. Con prospettive di azione, e di lauti guadagni, non solo di un ciclo energetico, ma almeno di due. Mezzo secolo, ossia 50 anni.

Una Cina che occupa

Lo spazio lasciato dagli Stati Uniti sulla sponda low-carbon, però, non rimane vuoto. La Cina consolida la sua leadership industriale in moduli fotovoltaici, batterie, eolico, veicoli elettrici, e sposta sempre di più questa capacità anche fuori dai confini nazionali, con oltre un centinaio di siti produttivi clean-energy all'estero e decine di nuovi impianti attivati solo nel 2024. Secondo le analisi sulle esportazioni cinesi di tecnologie per l'energia pulita, il valore complessivo di pannelli solari, veicoli elettrici, batterie e turbine eoliche esportati raggiunge circa 177 miliardi di dollari nel 2024, con una crescita robusta rispetto all'anno precedente. In questa maniera Pechino compensa il rallentamento della domanda interna delle fonti fossili e la debolezza di alcune economie occidentali, Europa in primis, trasformandosi nel più grande esportatore di infrastrutture green, con una leva geopolitica che passerà in futuro sempre meno per il petrolio e sempre più per le catene di fornitura delle rinnovabili. In pratica se gli USA, e l'Europa a traino, puntano sul breve e forse medio periodo, la Cina già immagina lo scenario di fine secolo, nel quale le fonti fossili rincareranno a causa della sempre maggiore difficoltà d'estrazione, un trend già in corso, e chi avrà il know how per le rinnovabili sarà vincente sia sul fronte dei mercati, sia su quello geopolitico.

Il verdetto del termometro

E mentre si stanno ridefinendo gli equilibri di potere fra petrolio, multilateralismo e tecnologie pulite, la dura realtà fisica del clima traccia una linea ancora più incisa e netta. Il servizio Copernicus della Commissione europea ha confermato che il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, poco sotto il picco del 2024, e che la temperatura media globale nel triennio 2023-2025 è stata superiore di oltre 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale (1850-1900). Tutto ciò non significa che l'Accordo di Parigi sia “formalmente fallito” – per parlare di superamento strutturale della soglia i climatologi ci dicono che servono diversi decenni sopra i 1,5 °C – ma vuol dire che quella che per anni è stata definita come una linea di confine netta da non superare è già stata oltrepassata su base triennale. Ed è un trend che non si ferma e punta in alto. Nel frattempo, infatti, gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai misurati, le emissioni sono calate solo nel 2020 causa il Covid, e la stima del riscaldamento di lungo periodo è ormai intorno a 1,4 °C, con la probabilità di toccare stabilmente i 1,5 °C entro la fine di questo decennio.

Europa e Italia

Per l'Europa – e per un Paese come l'Italia che vive di infrastrutture energetiche, industria manifatturiera e soffre di una pesante fragilità climatica – la domanda non è se gli Stati Uniti stiano sbagliando mossa, ma che ruolo vogliamo giocare in questo scollamento tra governance e fisica del clima. Da un lato c'è la tentazione di limitarsi a seguire, magari in ritardo e zoppicando, la traiettoria americana, scegliendo più la “sicurezza” di breve periodo del gas e del petrolio che il futuro di una vera politica industriale per le rinnovabili. Dall'altro c'è la possibilità – ancora aperta, ma sempre più stretta – di costruire un'autonomia strategica climatica e industriale, fatta di standard, investimenti, catene del valore e cooperazione con il Sud globale, che non lasci alla sola Pechino il monopolio delle infrastrutture green, in un mondo che sta già assaggiando cosa significa vivere oltre la soglia dei 1,5 °C.

*Direttore di Nexville.it